Perchè la bicicletta non è un balzo della fede.

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Perchè la bicicletta non è un balzo della fede.

Messaggio Da DaliaNera il Ven Mar 30, 2012 8:51 pm


Brumotti Everest Circus

Che Simone Moro sia un bravo alpinista, un uomo brillante, versatile ed un grande comunicatore è un fatto innegabile. A Simone mi lega una conoscenza ormai vecchia di anni, durante i quali ho sempre ammirato le doti che lo hanno portato ad essere uno dei pochi alpinisti – con Reinhold Messner – ad essere conosciuto da un pubblico molto ampio, non costituito da soli specialisti od appassionati di alpinismo. Le sue imprese hanno sempre avuto una forte componente comunicativa ed empatica che le ha rese “comprensibili” e capaci di suscitare emozioni; che fossero le dirette su radio 24, i collegamenti via computer dai campi base o le sue serate, Simone ha sempre sfruttato al meglio le possibilità offerte dai media per promuovere la propria attività e la propria persona. Così come è sempre stato molto bravo a fare cordata con alpinisti straordinariamente forti e capaci – Bukreev ed Urubko su tutti – senza i quali, forse, certi exploit sarebbero stati più difficili.
 Come molti personaggi che si affrancano da un‘ aurea mediocritas – di nuovo Messner docet – ha suscitato, e suscita, approvazione entusiastica ed altrettanta drastica avversione, ma non lascia sicuramente indifferenti. Personalmente ho trovato tante sue idee e realizzazioni davvero straordinarie: basti pensare alle tre magnifiche prime invernali di Shisha Pangma, Makalu e Gasherbrum II.
E’ proprio per questo che ora, nel leggere della sua partecipazione, anzi del suo supporto di logista e guida, all’ “impresa” del pedalatore estremo Vittorio Brumotti rimango parecchio interdetto. Se, di nuovo, da una parte questa presenza di Simone fa parte della sua visione anche mediatica della montagna, non posso fare a meno di notare che questa volta Simone oltrepassa, volente o nolente, la soglia di una spettacolarizzazione fine a sé stessa e parecchio gigiona. Se la mediaticità delle sue precedenti spedizioni, infatti, era comunque strettamente legata a performance alpinistiche vere ed anzi estremamente impegnative e tecniche, in questo caso ci troviamo di fronte a quello che non mi sembra eccessivo chiamare numero da circo – con rispetto per il circo che vive di artisti straordinari. Ma come altro definire il tentativo di salire e/o scendere l’Icefall dell’Everest con una bicicletta e, peggio ancora, tentare il record di saltelli su una ruota in cima allo stesso ? Si ha un bel da cercare di nobilitare la cosa con le difficoltà estreme dell’ambiente, con la preparazione e l’abilità tecnico-atletica – innegabile – del Brumotti, con l’iperbole del guinness dei primati – ma quante centinaia di record idioti sono registrati sulla bibbia delle velleità inutili ? 
Purtroppo – questa è ovviamente opinione personale – tutta la cosa continua ad apparirmi un ridicolo baraccone: venghino venghino siore e siori a veder il saltimbanco che zompetta sulla cima della Montagna più Alta del Mondo. Continua a sembrare quel che è: un uso della montagna come fondale grandioso per le proprie vanità, che se appaiono spesso folli anche quando applicate al vero alpinismo, quello effettuato a piedi, con piccozza e ramponi, qui, amplificate da un approccio completamente scollato, spaesato e spaesante – la bici sul ghiaccio quasi verticale – risultano davvero incomprensibili e anzi decisamente irritanti. 
Simone sostiene, immagino, la sua posizione di professionista che semplicemente presta le sue competenze ad un’impresa sportiva in montagna (non “di” montagna); ma forse una riflessione un po’ più approfondita sui presupposti – e le ricadute personali e mediatiche – dell’ “impresa” avrebbe giovato.
Moro scrive che comunque le vie normali di salita all’Everest sono già, e da anni, percorsi“commerciali”. Vero, ma un po’ debole e sbrigativo. Perché è pur sempre altrettanto vero che gli uomini e le donne che hanno calpestato a migliaia i fianchi del Sagarmatha, lo hanno fatto finora nei limiti di un approccio “tradizionale”. Magari con gran variabilità in tema di numero di arti, di età o preparazione, di uso d’ossigeno o mezzi di discesa – sci – ma pur sempre affrontando la montagna con mezzi – almeno questo – strettamente, tradizionalmente legati ad essa. E non sempre “tradizionale” si traduce con vecchio o arretrato, così come non sempre “nuovo” vuol dire innovativo e apportatore di un qualche progresso, tecnico-pratico o morale. Nella tradizione ben interpretata si ritrova spesso un approccio meditato, rispettoso della storia, dei luoghi e delle persone, una visione più umile e coerente dell’andare.
Saltellare con un mezzo ridicolo – unfit, scriverebbero gli inglesi che di fair means se ne intendono abbastanza – sui suoi ghiacci per finire nel Guinnes dei Primati e su Striscia la notizia non sarà forse il peggiore degli affronti per la Dea Madre della Terra, ma non mi sembra nemmeno rispettoso, né della sua essenza fisica e sacrale né del suo valore universale di simbolo.
Né temo faccia onore ad un alpinista vero e di valore come Simone Moro.

Manuel Lugli


In queste righe il senso di un inespresso nodo alla gola. Il senso dello stridere di certe corde che proprio non vogliono suonare. Perchè parlare di bicicletta "ovunque ed ad ogni costo" non è un buon fare, meglio se sparata a casaccio. E soprattutto niente lezioni da chi, per sua stessa ammissione, non se ne intende e non ne parla mai .
Ad ognuno il suo, quindi, con buona pace del Guinness. La montagna, come la bicicletta, è altra cosa.

Cris(perchèèla)

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Brumotti torna a casa, l’Everest dice no

Messaggio Da DaliaNera il Mar Apr 10, 2012 6:08 pm

KATHMANDU, Nepal – E’ già finita la spedizione all’Everest di Vittorio Brumotti. La notizia è stata confermata dall’ufficio stampa del biker di Striscia la notizia pochi minuti fa: il governo Nepalese ha ritirato infatti tutti i permessi di cima delle spedizioni non puramente alpinistiche, a causa di uno scandalo internazionale legato alla vendita di orologi con incastonati pezzi di pietre trafugate sulla vetta.

Brumotti e Moro erano arrivati a Kathmandu solo pochi giorni fa, il 27 marzo, e si stavano preparando per partire verso il campo base dell’Everest. Ma ieri pomeriggio, durante un briefing presso la “Mountaineering Section” del Ministero del Turismo nepalese, è arrivata la doccia fredda.

Il permesso di scalata di Brumotti, a cui straordinariamente veniva accordata la possibilità di poter portare in cima la bicicletta, è stato parzialmente negato. Come si legge sul comunicato stampa ufficiale, la causa sarebbe “uno scandalo scoppiato pochi giorni fa: un’azienda americana avrebbe messo in vendita degli orologi con incastonati nel quadrante alcuni pezzi di pietre trafugate sulla cima dell’Everest”.

Vittorio Brumotti, che veniva autorizzato a raggiungere al massimo il Colle Sud, ha quindi deciso di tornare a casa, dal momento che ha ritenuto inutile realizzare un parziale record e non l’impresa dichiarata, annunciata e pianificata.

“Sono stati giorni concitati – spiega Simone Moro -, caratterizzati da trasferimenti, sdoganamenti di materiale, preparazione delle attrezzature con le relative prime riprese video. Come un macigno ci è piombata addosso questa brutta sorpresa, inaspettata, imprevedibile. Al regolare e classico permesso di raggiungere la cima dell’Everest a piedi è stata allegata una specifica appendice per la bicicletta con il limite però di 7.900 metri di quota, che rappresenta il colle sud, l’ultimo campo alto prima del balzo finale verso la cima. A Brumotti sarebbe dunque stato permesso di salire l’Everest portandosi ed utilizzando parzialmente la sua bici ma solo fino a quella quota. Da lì avrebbe potuto continuare esclusivamente a piedi senza il trasporto o l’impiego del mezzo a due ruote. Nessuna azione di convincimento e trattative serrate hanno portato al cambiamento della decisione delle autorità nepalesi”.

Al momento sarebbe stata intanto aperta una commissione d’inchiesta governativa per chiarire la vicenda degli orologi. Rimane comunque un epilogo inaspettato a un’impresa verso cui molti si erano detti contrari, invocando lo spirito e la sacralità della montagna. L’Everest sembra proprio aver risposto.

Valentina d'Angella, pubblicato qui.

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